Articolo di Sonia Palmeri
Nella seduta di martedì 23 settembre 2025, il Senato con 78 voti favorevoli e 52 contrari, ha approvato in via definitiva il disegno di legge delega n. 957 recante “Deleghe al Governo in materia di retribuzione dei lavoratori e di contrattazione collettiva, nonché di procedure di controllo e informazione “. Presentato come la risposta italiana al problema dei salari bassi (ricordiamo la Direttiva UE 2022/2041sul salario minimo adeguato che chiede a ciascun Paese di garantire salari “giusti ed equi”) non introduce un salario minimo legale, ma affida al Governo il compito di rafforzare la contrattazione collettiva, rendendo i contratti nazionali il riferimento minimo per tutti i lavoratori. Un’impostazione coerente con la tradizione italiana, che ha sempre affidato ai sindacati e alle parti sociali il ruolo di regolatori del lavoro. Allargando la visuale, oggi ben 22 Stati membri su 27 hanno un salario minimo fissato per legge, aggiornato periodicamente, mentre Austria, Danimarca, Svezia, Finlandia e Italia adottano salari minimi fissati dalla contrattazione collettiva.
Ma torniamo alla delega ed ai suoi quattro pilastri:
- Retribuzioni giuste ed eque: garantire che i salari rispettino il principio costituzionale della proporzionalità e sufficienza (art. 36).
- Contrasto al lavoro sottopagato: protezione dei lavoratori più vulnerabili e delle categorie a rischio.
- Rinnovo dei contratti: stimolare la contrattazione collettiva nazionale e decentrata.
- Stop al dumping contrattuale: evitare concorrenza sleale basata sul risparmio a scapito di diritti e salari.
Ne debbono discendere:
CCNL come riferimento minimo: il Governo dovrà individuare i contratti collettivi nazionali maggiormente applicati e garantire che i loro minimi retributivi valgano come soglia minima anche per chi non è coperto da contrattazione.
Trasparenza: obbligo di indicare il codice del CCNL applicato nei flussi Uniemens, nelle comunicazioni obbligatorie e, probabilmente, nelle buste paga.
Controlli e ispezioni: rafforzamento degli strumenti di vigilanza e rendicontazioni semestrali sull’attività di contrasto al lavoro nero, al dumping contrattuale e agli appalti irregolari.
Promozione della contrattazione decentrata: favorendo il progressivo sviluppo della contrattazione di secondo livello con finalità adattive, anche per fare fronte alle esigenze diversificate derivanti dall’incremento del costo della vita e correlate alla differenza di tale costo su base territoriale.
Incentivi per i rinnovi contrattuali: prevedendo anche l’eventuale riconoscimento ai lavoratori di incentivi volti a bilanciare e/o a compensare la riduzione del potere di acquisto degli stessi.
Intervento del MinLav per il mancato rinnovo: per ciascun contratto scaduto e non rinnovato entro i termini previsti dalle parti sociali o comunque entro congrui termini, nonché per i settori non coperti da contrattazione collettiva, viene consentito l’intervento diretto del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, con l’adozione delle misure necessarie.
Partecipazione: disciplinando modelli di partecipazione dei lavoratori alla gestione e agli utili dell’impresa, fondati sulla valorizzazione dell’interesse comune dei lavoratori e dell’imprenditore alla prosperità dell’impresa stessa.
Le critiche dell’opposizione
Le opposizioni hanno accusato il Governo di non voler affrontare il nodo del salario minimo legale, sostenendo che senza un valore orario fissato per legge il rischio è che i lavoratori poveri restino tali. Dal canto suo, la maggioranza difende la scelta: “Il salario minimo per legge rischia di indebolire la contrattazione collettiva – sostengono i relatori – mentre questa delega rafforza il ruolo dei sindacati e delle parti sociali”.
Un banco di prova per il Governo
Il Governo avrà sei mesi di tempo dall’entrata in vigore della legge per emanare i decreti legislativi attuativi. La sfida sarà trasformare i principi della delega in norme concrete, capaci di garantire salari dignitosi senza compromettere la competitività del sistema produttivo.
Ma la domanda resta: basterà?
Il Paese vive una stagione di salari stagnanti, inflazione elevata e lavoro povero che non riguarda più solo i giovani, ma si estende a interi settori produttivi. L’idea di legare la retribuzione minima ai CCNL prevalenti ha una logica: impedire il dumping contrattuale, garantire un argine contro la corsa al ribasso, valorizzare i contratti più rappresentativi. Tutto dipenderà dalla capacità del Governo di emanare in tempi rapidi i decreti attuativi, dai controlli sull’applicazione e dalla forza dei sindacati di rinnovare contratti scaduti da anni. Chi scrive crede che il DDL 957 non chiuda il dibattito sul salario minimo: lo sposta in avanti. Saranno i prossimi mesi, con i decreti e con le trattative tra imprese e sindacati, a dirci se questa riforma sarà un punto di svolta o solo un capitolo in più nella lunga storia italiana di riforme annunciate e mai pienamente realizzate.
Immagine: Sonia Palmeri (@ per gentile concessione)





