La moria della Pinna nobilis: una crisi ecologica nel Mediterraneo e nel Golfo di Palmas

Negli ultimi anni il Mediterraneo ha assistito a una moria di massa della Pinna nobilis — la grande nacchera di mare — uno dei più imponenti bivalvi endemici del bacino. L’evento, iniziato nel 2016 lungo le coste spagnole, si è rapidamente esteso a tutto il Mediterraneo, causando il collasso quasi totale delle popolazioni naturali. Le cause principali sono da ricondurre a un protozoo parassita (Haplosporidium pinnae), spesso in sinergia con micobatteri opportunisti e condizioni ambientali sfavorevoli. In Sardegna, e in particolare nel Golfo di Palmas e nelle lagune antiochensi, la situazione rispecchia la crisi mediterranea, ma offre anche spunti di resilienza e possibilità di monitoraggio ambientale. L’articolo ripercorre le evidenze scientifiche, lo stato attuale delle popolazioni e le strategie di conservazione in corso.

La Pinna nobilis L. (1758) è il più grande bivalve del Mediterraneo, in grado di raggiungere un metro di lunghezza. Vive infissa nel sedimento mediante il bisso — un insieme di filamenti proteici — e predilige le praterie di Posidonia oceanica, ambiente fondamentale per la biodiversità costiera (Vázquez-Luis et al., 2017). Oltre al suo valore ecologico, la Pinna nobilis possiede un importante valore storico e culturale: dal suo bisso veniva ricavato il cosiddetto “bisso marino”, una fibra preziosa utilizzata sin dall’antichità e ancora oggi parte integrante della tradizione tessile sarda (Pes & Murroni, 1954).
Il primo episodio documentato di moria risale all’autunno del 2016, lungo la costa sud-orientale della Spagna (Darriba, 2017). In pochi mesi, le popolazioni furono decimate, con mortalità fino al 100%. Il fenomeno si diffuse rapidamente verso Francia, Italia, Grecia, Croazia e Turchia (Catanese et al., 2018). Le indagini microbiologiche individuarono come principale responsabile il protozoo Haplosporidium pinnae, nuovo per la scienza, associato a necrosi dei tessuti e perdita di capacità filtrante. Successivamente, sono stati isolati anche micobatteri opportunisti (Mycobacterium spp.), che aggravano le infezioni e compromettono ulteriormente le capacità immunitarie dei bivalvi (Carella et al., 2019).
In Sardegna, le prime segnalazioni di moria si sono verificate tra il 2018 e il 2019 lungo le coste sud-occidentali (ISPRA, 2020). Nelle acque del Golfo di Palmas, tra Sant’Antioco e Porto Botte, i monitoraggi condotti dall’ARPAS e da biologi subacquei indipendenti hanno rilevato un drastico calo della densità di Pinna nobilis, con individui morti in situ e gusci ancora infissi nei fondali sabbiosi. Nelle lagune antiochensi e nello Stagno di Santa Caterina, dove in passato erano presenti colonie vitali, si osserva oggi una rarefazione estrema. Tuttavia, alcuni ricercatori locali hanno segnalato la presenza di Pinna rudis — specie affine ma più resistente — e sporadici giovani esemplari di Pinna nobilis in aree lagunari meno salmastre, potenziali rifugi ecologici in cui il patogeno potrebbe avere minore aggressività. Secondo ISPRA (Rapporto 2022), “il Golfo di Palmas rappresenta una delle aree campione per il monitoraggio biologico del fenomeno in Sardegna”.

Il parassita Haplosporidium pinnae attacca il sistema digerente e le ghiandole dell’animale, portando a necrosi progressiva dei tessuti. Le spore si diffondono nell’acqua, colonizzando rapidamente nuovi ospiti (Catanese et al., 2018). Il processo è aggravato da temperature elevate, stress ambientali cronici e alterazione delle praterie di Posidonia oceanica, che priva la specie del suo ancoraggio naturale.
La scomparsa della Pinna nobilis ha profonde ripercussioni sugli ecosistemi marini costieri, tra cui la diminuzione della biodiversità bentonica, la riduzione della capacità filtrante delle acque costiere e l’alterazione delle praterie di Posidonia oceanica. Ma la perdita riguarda anche la memoria culturale del mare sardo: la Pinna nobilis è parte integrante delle tradizioni di Sant’Antioco, dove il bisso marino fu per secoli un simbolo d’arte e spiritualità.

Le misure di conservazione si stanno concentrando su più fronti: monitoraggio costiero continuo, ricerca genetica su esemplari resistenti, protezione delle praterie di Posidonia, e coinvolgimento della citizen science. In Sardegna sono in corso sperimentazioni di allevamento ex situ presso centri marini universitari, con l’obiettivo di conservare linee vitali della specie in attesa di condizioni ambientali più favorevoli.
La moria della Pinna nobilis rappresenta una delle crisi biologiche più gravi nella storia recente del Mediterraneo. La Sardegna, con la sua posizione centrale e i suoi ecosistemi lagunari, ha un ruolo strategico nella conservazione della specie. Sant’Antioco e il Golfo di Palmas possono diventare laboratori di tutela e rinascita, dove scienza e cultura si uniscono per custodire ciò che resta di una specie simbolo del nostro mare.

Riferimenti bibliografici

Catanese, G., et al. (2018). Haplosporidium pinnae sp. nov., Journal of Invertebrate Pathology, 157, 9–24.
Carella, F., et al. (2019). Mycobacterial infection associated with mass mortality in wild Pinna nobilis. Scientific Reports, 9(1), 2725.
Darriba, S. (2017). First report of Haplosporidium sp. infecting Pinna nobilis in Spain. Aquaculture Reports, 7, 1–6.
Prado, P., et al. (2021). Habitat degradation and warming exacerbate the mortality of Pinna nobilis. Frontiers in Marine Science, 8, 666640.

(Roberto Lai – Presidente A.N.C. Tutela Patrimonio Culturale)

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