Tra qualche mese inizieranno i Campionati del Mondo di Calcio e sento la necessità di esprimere molte perplessità su questa edizione, arrivando a criticarne la definizione, causata da una strategia speculativa.
Non ho questioni etiche su esercizi o attività speculative, ma una contrarietà culturale e sociale sullo smantellamento di fenomeni sociali e popolari che mantengono un equilibrio sano tra le genti.
Addirittura, sono “ammortizzatori” sociali, strumenti equilibratori o anche sistemi di stoccaggio della rabbia e quindi generatori di pace. Il calcio ero il gioco dei poveri, quello che poteva essere praticato ovunque e comunque da tutti, senza acquistare niente.
Era una vocazione naturale nel momento in cui si vedeva il primo pallone, sempre se non fosse una lattina o uno straccio.
Veniamo al perché non starò con il Curaçao.
Intanto non è una squadra simpatia, così come si definirebbero le formazioni povere ed espressione di Paesi emergenti o costantemente inferiori rispetto ai colossi.
Il Curaçao ha soli 150.000 abitanti, poco più di Latina, la mia città, che al massimo ha visto i natali di Vincenzo D’Amico tra i calciatori da serie A dal 1932 ad oggi, ma che non ha mai giocato in Nazionale. Così come altri calciatori nati in questo Capoluogo dal 1932 ad oggi.
Come, invece, riesce il Curaçao a mettere insieme una rosa da Mondiale? Facile, hanno convocato un buon numero di calciatori olandesi della Eredivisie e gli ha dato la nazionalità, facendoli giocare con avversarie caraibiche.
Come se la Francia mandasse una squadra B a vestire i colori del Monacò, oppure la Spagna quelli dell’Andorra e l’Italia quelli del San Marino. No, quest’ultimo esempio è sbagliato, in Italia non riusciamo a fare neanche una prima rosa decente.
Inoltre, Monaco e Andorra affrontassero le qualificazioni in un girone con tutti piccoli Stati europei senza innesti.
Oltre a questa motivazione, che ritengo valida per non farne dei simpatici eroi, ve ne pongo un’altra più seriamente promossa da tanti addetti ai lavori.
I gironi di qualificazione non possono essere più su base continentale, facendo selezione “stretta” in Europa e in Sud America, lasciando così a casa Stati con qualità e potenzialità nettamente superiori alle nazionali caraibiche, africane o australi.
Tra le europee non inserirei il caso dell’Italia che merita di rimanere a Coverciano a lavorare.
Attenzione, lo sapete qual è una delle maggiori problematiche calcistiche italiane? In Italia per far giocare i bambini a pallone le famiglie pagano; chi paga non ha fame e chi paga ha diritto di giocare.
Torniamo ad investire negli oratori, erano i veri vivai. Il laicismo dilagante ci ha anche tolto i Mondiali.
Torniamo, invece, alle pecche del calcio mondiale che hanno figliato il Curaçao. Il Var e tutte le nuove regole, poi, non mi piacciono sono artifizi televisivi per uno sport che vive per il 90% fuori dai circuiti televisivi. Perdiamo la naturalezza del calcio, che sarebbe uno dei punti di forza e delle meraviglie di questo gioco. Le esigenze spettacolari televisive mortificano lo spettacolo del calcio.
Queste modifiche piacciono ai tifosi del baseball come i cittadini del Curaçao o agli statunitensi.
Un Mondiale, poi, non può essere organizzato su un territorio così vasto come quello sovrapposto alle aree geografiche del Canada, degli Usa e del Messico.
Già USA ’94 e Giappone e Corea ’02 dimostrarono che gli attraversamenti tra aree con climi diversi e lunghe distanze hanno condizionato i risultati.
Serve altro per dire che non sto con il Curaçao e tutti i padri di questo fenomeno?





