In un’intervista ai media vaticani, l’arcivescovo monsignor David scardina i cliché sulla ricchezza: «Il Papa parlerà a 150 nazionalità. Dietro il lusso si nascondono solitudini e crisi di senso».
C’è una patina di glamour che avvolge il Principato di Monaco, fatta di yacht, gran premi e ricevimenti esclusivi. Ma a guardare bene, sotto quella superficie dorata, vibrano le stesse fragilità che accomunano ogni essere umano. È questo il punto di partenza di monsignor Dominique-Marie David, arcivescovo di Monaco, nel presentare ai media vaticani lo storico viaggio apostolico che Papa Leone XIV compirà il prossimo 28 marzo.
Quella nel Principato — il secondo Stato più piccolo al mondo dopo il Vaticano — non sarà solo una visita di cortesia diplomatica, ma un atto di prossimità spirituale verso una realtà che monsignor David definisce come un «microcosmo del mondo intero».
Un “grande mondo” in due chilometri quadrati
Nonostante le dimensioni ridotte, Monaco ospita oltre 150 nazionalità. «Spesso si ha un’immagine caricaturale del Principato, visto solo come città del lusso», spiega l’arcivescovo. «In realtà, la sua vera ricchezza è la multiculturalità. Il Papa, parlando qui, si rivolgerà idealmente a ogni angolo del pianeta».
Questa mescolanza sociale include non solo i residenti facoltosi, ma migliaia di lavoratori che ogni giorno attraversano il confine e che spesso affrontano sfide invisibili, come l’alto costo della vita e la crisi abitativa.

Le povertà invisibili: solitudine e crisi di senso
Se la povertà materiale a Monaco è «nascosta e difficile da vedere», esistono altre forme di indigenza che colpiscono chi, apparentemente, ha tutto. Monsignor David parla apertamente di una «crisi del senso della vita» e di profonde solitudini che emergono proprio quando mancano le preoccupazioni economiche.
«Vediamo genitori disorientati, separazioni e drammi familiari che colpiscono ancora di più perché la vita sembra, in apparenza, più facile. Il nostro compito è prenderci cura di queste fragilità reali e talvolta molto dolorose».
La fede non è un accessorio culturale
Nel Principato, dove il cattolicesimo è religione di Stato, il rischio è che la fede venga percepita come un semplice patrimonio storico o un’identità culturale. Monsignor David è netto su questo punto: «Non basta dirsi cattolici. Cerco sempre di ricordare che la fede è una responsabilità che incide sulle scelte, sul discernimento e sulla coerenza di vita. La fede chiede di guardare il mondo e i più poveri con occhi nuovi».
L’immagine di Zaccheo: l’incontro che cambia la vita
Per descrivere la missione della Chiesa in questo contesto unico, l’arcivescovo sceglie l’immagine evangelica di Zaccheo, l’uomo ricco e socialmente importante a cui Gesù chiede di poter fare visita.
«Gesù entra in quella casa semplicemente per fargli scoprire la gioia del Vangelo», conclude monsignor David. «Attraverso la vicinanza, gli rivela che il Regno di Dio sta entrando nel suo cuore. Credo che la venuta del Papa sarà, in questo senso, una grande grazia per tutti noi».





