Negli ultimi anni, l’idea di ridurre la settimana lavorativa da cinque a quattro giorni ha guadagnato sempre più spazio nel dibattito pubblico.
Abbraccia il più ampio concetto di wellbeing, ossia il benessere fisico, mentale ed emotivo dei dipendenti all’interno di un’azienda, ed è una proposta che interseca salute mentale, produttività, sostenibilità e innovazione organizzativa. In Italia colossi come Intesa Sanpaolo, Luxottica, Lamborghini, Sace, ma anche società di servizi HR, stanno sperimentano la settimana lunedì-giovedì a parità di salario, puntando sui vantaggi che ne derivano.
In particolare, si registra:
- ritrovato benessere psicofisico nei dipendenti e collaboratori, con meno stress, burnout ridotto, migliore equilibrio fra vita privata e lavoro;
- maggiore produttività: persone motivate e soddisfatte migliorano in impegno, efficienza ed attaccamento all’azienda;
- riduzione dell’assenteismo: con la settimana corta, i giorni di malattia diminuiscono.
- attrazione e fidelizzazione del personale: è un chiaro plus per le aziende nel mercato del lavoro competitivo;
- minore turnover: un ambiente di lavoro positivo è attrattivo, riduce dimissioni e nuovi costi legati a ricerca e formazione nuove risorse;
- parità di genere: la settimana corta può favorire una più equilibrata distribuzione dei compiti domestici e familiari.
- ecosostenibilità: minori consumi energetici (meno giorni operativi), migliore qualità della vita, impatto positivo su mobilità e ambiente.
In Europa e nel resto del mondo la settimana corta si pone sempre più quale miglior compromesso verso un equilibrio famiglia-lavoro alquanto prioritario.
Islanda, Belgio, Paesi Bassi, Spagna e Germania hanno all’attivo progetti pilota, alcuni l’hanno resa possibile con legge nazionale (Paesi Bassi nel 2022).
Il rapporto Eurostat ci mostra comunque che i cittadini della UE lavorano in media 36 ore, 1 ora in meno rispetto al 2014.
In controtendenza la Grecia che si appresta, in queste ore, a votare una delle riforme sul lavoro più controverse d’Europa: la possibilità di lavorare fino a 13 ore al giorno, ben 5 ore in più al giorno, sebbene retribuite al 40% in più. Un percorso non privo di ostacoli ed i sindacati, che parlano già di attentato alla salute e sicurezza dei lavoratori, annunciano battaglia.
Comunque, nonostante la tipicità di alcuni settori (sanità, logistica) sembri contrastare verso questa modalità, la principale resistenza da parte dei datori di lavoro è la resistenza culturale: abitudine al modello “5 giorni per 40 ore”, preoccupazioni da parte della dirigenza su efficienza, nonché sui tempi di risposta ai clienti.
Che cosa serve perché funzioni
- Modelli flessibili, non uno uguale per tutti. Alcune aziende usano il modello “compressione” (più ore al giorno, meno giorni), altri riducono il monte ore complessivo, a parità di salario.
- Dialogo con i sindacati e contrattazione aziendale: per assicurare che non ci siano abusi, che il salario resti invariato, che i diritti (pause, orario massimo, turni) siano rispettati.
- Monitoraggio e dati: bisogna valutare efficacia, produttività, soddisfazione del personale, impatti economici.
- Supporti normativi / fiscali: incentivi per chi adotta modelli innovativi, regolamentazioni chiare.
- Cambiamento organizzativo: indispensabili processi più efficienti, eliminazione di attività inutili, lean organization, sviluppo della tecnologia per ridurre sprechi di tempo.
In buona sostanza, che si tratti di settimana corta, smart working o altre forme contrattuali di flessibilità oraria, non si può prescindere dal considerare la risorsa umana ed i propri impegni familiari, sociali e personali, al centro dei sistemi organizzativi complessi.
La settimana lavorativa di 4 giorni non è (quantomeno non più) qualcosa di puramente idealistico: i casi in Italia e nel mondo mostrano che è possibile, soprattutto se si adottano modelli ben studiati, se c’è volontà di innovare e attenzione al bilancio fra produttività e benessere!
Articolo di Sonia Palmeri





