Custodia della terra ed ecologia integrale nell’ottavo centenario dalla morte del Patrono d’Italia

L’ottavo centenario della morte di san Francesco d’Assisi, avvenuta alla Porziuncola il 3 ottobre 1226, costituisce un’occasione particolarmente significativa per tornare a riflettere sul rapporto tra l’uomo e la terra, tra sviluppo e custodia del creato. Non si tratta soltanto di celebrare una delle figure più alte della spiritualità cristiana e il Patrono d’Italia, ma di interrogarsi sull’attualità di una visione che, a distanza di otto secoli, conserva una sorprendente capacità di parlare alle inquietudini del nostro tempo.

Spesso il Santo di Assisi è stato presentato mediaticamente come un precursore dell’ambientalismo moderno. In realtà la sua visione della natura nasce da una prospettiva profondamente teologica. Il sole, l’acqua, il fuoco e la terra possono essere chiamati «fratello» e «sorella» perché provengono da un unico Creatore. La fraternità con le creature non è quindi il risultato di una indistinta assimilazione dell’uomo alla natura, ma scaturisce dal riconoscimento di un’origine comune. Il creato è dono e, proprio in quanto dono, domanda gratitudine, rispetto e responsabilità.

Non è casuale che Papa Francesco abbia scelto proprio le parole iniziali del Cantico delle creature, «Laudato si’», come titolo dell’Enciclica con la quale, nel 2015, ha proposto alla Chiesa e al mondo una riflessione organica sulla cura della casa comune. La ricorrenza del 2026 si colloca inoltre immediatamente dopo un altro significativo centenario francescano: gli ottocento anni del Cantico, celebrati nel 2025. Due anniversari che sembrano quasi ricondurci alla sorgente di una concezione cristiana del rapporto con la terra e con le sue risorse.

Una questione antropologica prima ancora che ambientale

La questione ecologica non può essere considerata isolatamente. Prima ancora di riguardare le tecniche di conservazione degli ecosistemi, le politiche energetiche o le modalità di utilizzazione delle risorse, essa pone una domanda sull’uomo: quale posto occupa la persona all’interno del creato? Quale responsabilità le compete? E quale idea di sviluppo può dirsi compatibile con la dignità umana e con la salvaguardia della terra?

Sono interrogativi che attraversano da tempo la Dottrina sociale della Chiesa. La sensibilità nei confronti della questione ambientale non nasce infatti con la Laudato si’. Già la Gaudium et spes aveva posto in evidenza la responsabilità dell’uomo nei confronti della realtà creata. San Giovanni Paolo II, nella Sollicitudo rei socialis e nella Centesimus annus, avrebbe poi sviluppato il tema dell’«ecologia umana», mentre Benedetto XVI, nella Caritas in veritate, avrebbe ricordato che la natura «ci precede e ci è donata da Dio come ambiente di vita».

È una prospettiva nella quale l’uomo non è proprietario assoluto della terra. Ne è piuttosto custode e amministratore responsabile. Il comando biblico di soggiogare la terra non autorizza un dominio arbitrario, ma affida all’essere umano un compito che deve essere esercitato nel rispetto dell’ordine della creazione e del bene dell’intera famiglia umana.

Con la Laudato si’ questa tradizione trova un nuovo sviluppo nel concetto di ecologia integrale. La crisi ambientale non costituisce un’emergenza separabile dalle altre grandi questioni sociali. Il degrado degli ecosistemi, la povertà, le disuguaglianze, lo sfruttamento delle risorse, la cultura dello scarto e la perdita della qualità delle relazioni appartengono a un’unica crisi complessa. «Tutto è connesso»: l’espressione ricorrente nell’Enciclica di Papa Francesco sintetizza una concezione che impedisce di separare artificialmente la tutela dell’ambiente dalla tutela dell’uomo.

L’ecologia integrale non può pertanto esaurirsi in una serie di comportamenti individuali virtuosi, per quanto necessari. Essa implica un modo di concepire l’economia, il lavoro, l’agricoltura, la produzione e il consumo; chiama in causa gli stili di vita, le istituzioni, le imprese e le comunità locali. E soprattutto impone di riconoscere che il deterioramento dell’ambiente colpisce con maggiore durezza coloro che dispongono di minori possibilità di difesa: i poveri, le popolazioni rurali più fragili, quanti vivono in territori degradati, le generazioni che erediteranno le conseguenze delle scelte compiute oggi.

La Magnifica humanitas: custodire la terra per custodire la persona

Questa impostazione trova oggi un’importante prosecuzione nella Magnifica humanitas di Leone XIV. Pur affrontando in modo particolare le trasformazioni determinate dall’intelligenza artificiale e dal paradigma tecnocratico, l’Enciclica colloca tali questioni entro l’orizzonte più ampio della Dottrina sociale della Chiesa e dello sviluppo umano integrale.

È significativo che Leone XIV riprenda espressamente l’eredità della Laudato si’, riconoscendo nella crisi ambientale non una questione settoriale, ma la dimensione ecologica di una più generale crisi socio-economica. Il «grido della terra» e il «grido dei poveri» non possono essere separati. La destinazione universale dei beni, la giustizia tra le generazioni, la critica del paradigma tecnocratico e la difesa del lavoro umano vengono così ricondotti all’interno di un medesimo orizzonte.

Particolarmente importante è l’affermazione secondo la quale lo sviluppo umano integrale trova oggi nell’ecologia integrale un «criterio decisivo di verifica». Non è autentico sviluppo ciò che aumenta il benessere di alcuni deteriorando gli ecosistemi, trasferendo i costi sulle comunità più vulnerabili o compromettendo le condizioni di vita delle generazioni future.

Questa impostazione permette di superare una contrapposizione che ha spesso impoverito il dibattito ambientale: da un lato una concezione antropocentrica esasperata, secondo la quale la natura sarebbe soltanto materia disponibile alla volontà umana; dall’altro una concezione che rischia di dissolvere la specificità dell’uomo all’interno dell’ecosistema.

La tradizione cristiana propone una strada diversa. La dignità peculiare della persona umana non legittima il dominio indiscriminato, ma fonda una responsabilità maggiore. Proprio perché dotato di libertà, intelligenza e coscienza morale, l’uomo è chiamato a rispondere delle conseguenze delle proprie azioni. La sua grandezza si misura anche nella capacità di porre limiti al proprio potere.

È qui che la custodia del creato incontra quella «magnifica umanità» posta al centro dell’Enciclica di Leone XIV. Custodire la terra significa custodire le condizioni nelle quali la vita umana può fiorire; custodire l’uomo significa riconoscere che la sua dignità non può essere separata dalle relazioni che lo legano agli altri, alle comunità e all’ambiente nel quale vive.

La terra come bene ricevuto e condiviso

Da questa prospettiva deriva una conseguenza di particolare importanza per il mondo agricolo e rurale. La terra non è semplicemente un bene economico. Certamente essa produce reddito, alimenti e lavoro, ma il suo significato non può essere ridotto alla sola capacità produttiva. Il suolo è una risorsa limitata, non riproducibile; è il luogo nel quale si sedimentano storia, cultura, relazioni sociali e forme di vita.

La destinazione universale dei beni, principio fondamentale della Dottrina sociale della Chiesa, acquista perciò una precisa valenza ambientale. I beni della terra sono destinati a tutti. Il diritto di proprietà e l’iniziativa economica sono legittimi, ma non cancellano la responsabilità sociale connessa al loro esercizio. Utilizzare un terreno, una risorsa idrica, un bosco o qualsiasi altro bene naturale significa assumere una responsabilità non soltanto nei confronti del presente, ma anche del futuro.

La Magnifica humanitas ribadisce questo nesso richiamando la responsabilità verso i poveri e verso le generazioni future e chiedendo che l’uso dei beni del creato e delle nuove possibilità offerte dalla tecnica sia regolato in modo da rispettare l’ambiente, evitare gli sprechi e impedire nuove forme di saccheggio.

Il tema assume una rilevanza evidente nel settore agroalimentare. L’agricoltura si trova oggi al centro di tensioni complesse: deve garantire produzioni sufficienti e remunerative, rispondere alle esigenze di sostenibilità, preservare la fertilità dei suoli e le risorse idriche, confrontarsi con gli effetti del cambiamento climatico e, nello stesso tempo, assicurare dignità e prospettive economiche a chi lavora la terra.

Una vera ecologia integrale non può chiedere la tutela dell’ambiente ignorando la sostenibilità economica e sociale delle comunità rurali. Ma, specularmente, nessun modello economico può essere considerato sostenibile se consuma progressivamente le risorse dalle quali esso stesso dipende. La ricerca di un equilibrio tra queste esigenze non è una mediazione al ribasso: rappresenta piuttosto il terreno concreto sul quale misurare la capacità di tradurre il principio dello sviluppo umano integrale in scelte economiche e politiche.

Il valore del paesaggio

Esiste poi un aspetto della questione ambientale che assume in Italia un’importanza particolare: il paesaggio. Il nostro territorio è il risultato di una relazione secolare tra natura e presenza umana. Campagne coltivate, boschi, terrazzamenti, vigneti, uliveti, sentieri, piccoli borghi, abbazie, santuari ed edicole votive formano un patrimonio nel quale elementi naturali, attività produttive, storia e cultura si sono reciprocamente modellati.

Custodire il paesaggio significa dunque custodire una memoria. Il degrado di un territorio non costituisce soltanto una perdita estetica o ambientale, ma può comportare l’indebolimento dell’identità delle comunità che lo abitano.

In questa prospettiva torna attuale il tema del «valore-bellezza» del creato. La bellezza non rappresenta un elemento accessorio. Può diventare un principio educativo. Un paesaggio curato insegna che il territorio non è uno spazio anonimo da consumare; mostra concretamente il risultato di un rapporto equilibrato tra attività umana e ambiente.

Al contrario, l’abbandono dei territori, il consumo indiscriminato di suolo, le discariche abusive, gli incendi, l’inquinamento delle acque, la perdita di biodiversità e la progressiva cancellazione dei paesaggi rurali possono generare una forma di assuefazione. Ci si abitua al degrado fino a considerarlo inevitabile.

Proprio questa rassegnazione deve essere contrastata. La questione ambientale è infatti anche una questione culturale ed educativa. Nessuna legislazione, per quanto rigorosa, può sostituire completamente la responsabilità personale e collettiva. La tutela del territorio richiede cittadini capaci di riconoscere il bene comune e di sentirsi corresponsabili della sua salvaguardia.

Dalla contemplazione alla responsabilità

La lezione di san Francesco acquista qui una sorprendente concretezza. Il Cantico delle creature non invita a una contemplazione disincarnata della natura. La gratitudine per ciò che è stato ricevuto implica necessariamente la responsabilità nei confronti del dono ricevuto.

Il passaggio dalla contemplazione alla custodia è forse uno dei contributi più importanti che la spiritualità francescana può offrire all’attuale dibattito sull’ambiente. Prima ancora delle norme e delle strategie è necessario recuperare uno sguardo capace di riconoscere il valore delle cose.

Le società ipertecnologiche e globalizzate tendono invece a valutare la realtà prevalentemente in termini di utilità, efficienza e disponibilità. È il rischio del paradigma tecnocratico sul quale insistono tanto la Laudato si’ quanto la Magnifica humanitas: ciò che può essere tecnicamente fatto rischia di essere considerato, proprio per questo, legittimo e desiderabile. Ma la capacità di intervenire sulla natura non coincide automaticamente con il diritto di farlo.

Lo sviluppo della tecnica aumenta il potere dell’uomo e, proprio per questo, rende ancora più necessaria la responsabilità. Il problema non è opporsi all’innovazione, ma orientarla. Una tecnologia è autenticamente al servizio dello sviluppo quando migliora le condizioni della persona e delle comunità senza produrre nuove forme di esclusione e senza trasferire altrove o nel futuro i costi ambientali e sociali.

Leone XIV richiama significativamente anche l’impatto materiale delle tecnologie apparentemente «immateriali»: consumo di energia e di acqua, infrastrutture, estrazione di materie prime, lavoro umano necessario al funzionamento dei sistemi digitali. Anche la rivoluzione dell’intelligenza artificiale, dunque, deve essere ricondotta alla concretezza della terra e delle risorse. Non esiste innovazione che possa considerarsi estranea alla questione ecologica.

Un’alleanza tra agricoltura, territorio e comunità

In questo quadro il mondo agricolo può svolgere un ruolo decisivo. L’agricoltore non è soltanto produttore di beni alimentari: è anche, nella misura in cui opera responsabilmente, custode del suolo, dell’acqua, della biodiversità e del paesaggio. La permanenza di attività agricole vitali può contrastare lo spopolamento delle aree interne, contribuire alla prevenzione del dissesto idrogeologico e degli incendi, conservare saperi e colture tradizionali, mantenere vivo un tessuto sociale.

Naturalmente non si può caricare l’agricoltura di responsabilità ambientali senza riconoscerne i costi. La custodia del territorio è un bene per l’intera collettività e richiede politiche capaci di sostenere chi concretamente la esercita. La transizione ecologica, per essere giusta, non può essere costruita contro il lavoro e contro le comunità locali. Deve essere realizzata con esse.

È qui che il principio di sussidiarietà può offrire un criterio prezioso. Le grandi strategie ambientali necessitano di politiche nazionali e sovranazionali, ma la loro efficacia dipende anche dalla capacità di valorizzare territori, associazioni, imprese agricole, corpi intermedi e comunità locali. La cura della casa comune richiede corresponsabilità.

Per una realtà come Acli Terra questo orizzonte può tradursi nella promozione di un’agricoltura che tenga insieme sostenibilità ambientale, dignità del lavoro, sicurezza alimentare, tutela del territorio e vitalità delle comunità rurali. Sono dimensioni che non possono essere perseguite separatamente senza perdere il significato autentico dell’ecologia integrale.

Educare alla custodia

Resta infine una questione decisiva: l’educazione. Le trasformazioni ambientali non possono essere affrontate esclusivamente attraverso norme, incentivi o innovazioni tecnologiche. Occorre formare una coscienza della responsabilità.

Educare alla custodia significa anzitutto educare al limite. Le risorse naturali non sono infinite e il soddisfacimento di ogni desiderio individuale non può costituire il criterio ultimo dello sviluppo. La sobrietà, in questa prospettiva, non coincide con la rinuncia sterile, ma con la capacità di distinguere ciò che è necessario da ciò che è superfluo e di riconoscere che le proprie scelte hanno conseguenze sugli altri.

Significa inoltre educare alla legalità e al bene comune. Il rispetto dell’ambiente non è una questione privata. Ogni comportamento che danneggia il territorio produce un costo collettivo. Allo stesso modo, ogni azione di tutela contribuisce a conservare un patrimonio che appartiene alla comunità.

Ma educare alla custodia significa soprattutto educare alla relazione. È questo forse il punto nel quale la lezione di san Francesco, la Laudato si’ e la Magnifica humanitas convergono più profondamente. L’individualismo porta a considerare il mondo come una somma di beni disponibili; la fraternità insegna invece a riconoscere legami.

Ottocento anni dopo Francesco

L’ottavo centenario della morte di san Francesco non dovrebbe allora ridursi a una pur doverosa commemorazione. Può diventare un’occasione per interrogare il presente e, soprattutto, il futuro.

Ottocento anni dopo il Transito del Poverello, la questione della custodia della terra ha assunto dimensioni che Francesco non avrebbe potuto immaginare. Eppure il suo sguardo conserva una forza profetica proprio perché conduce alla radice del problema: il modo nel quale l’uomo percepisce se stesso, gli altri e il mondo che lo circonda.

Se la terra è soltanto una risorsa, il criterio dominante sarà inevitabilmente quello dello sfruttamento. Se invece è riconosciuta come dono, il suo utilizzo non potrà essere separato dalla responsabilità. Se l’altro è soltanto un concorrente nell’accesso ai beni, prevarrà la logica dell’appropriazione; se è riconosciuto come fratello, la destinazione universale dei beni diventerà una domanda concreta di giustizia.

In questo senso, l’ecologia integrale è molto più di una politica ambientale. È una visione dell’uomo e della società. La Magnifica humanitas lo ribadisce collocando lo sviluppo umano integrale nell’orizzonte della dignità della persona, del bene comune, della solidarietà, della giustizia sociale e della responsabilità verso le generazioni future.

Il mondo agricolo e rurale rappresenta uno dei luoghi nei quali questa visione può diventare esperienza concreta. Nella terra coltivata si incontrano infatti natura e lavoro, tecnica e tradizione, produzione e custodia, iniziativa personale e responsabilità collettiva. Proprio per questo l’agricoltura può diventare un laboratorio privilegiato di ecologia integrale.

«Sora nostra matre Terra», scriveva Francesco nel Cantico, «la quale ne sustenta et governa». A otto secoli dalla sua morte, quelle parole possono essere ascoltate non soltanto come una delle espressioni più alte della poesia religiosa italiana, ma come un richiamo alla responsabilità.

La terra ci sostiene, ma chiede a sua volta di essere custodita. Ci è stata consegnata da chi ci ha preceduto e dovremo consegnarla a chi verrà dopo di noi. È in questa reciprocità tra dono e responsabilità che la memoria di Francesco incontra le sfide del nostro tempo.

Custodire la terra significa allora custodire la persona; difendere la dignità dell’uomo significa prendersi cura dell’ambiente nel quale la sua vita può svilupparsi; promuovere l’agricoltura significa riconoscere il valore del lavoro di chi, producendo il necessario per vivere, contribuisce anche alla salvaguardia del territorio.

Forse proprio qui può essere individuato uno dei significati più fecondi dell’ottavo centenario francescano: riscoprire che contemplare, coltivare e custodire non sono azioni separate, ma dimensioni di un’unica responsabilità. Una responsabilità che riguarda la terra, l’uomo e il futuro e che, nella prospettiva dell’ecologia integrale, può contribuire alla costruzione di quella «magnifica umanità» che rimane affidata, anche oggi, alle nostre scelte.

Flavia Silli
Docente universitaria Antropologia filosofica
Università Lateranense di Roma

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